giovedì 18 agosto 2016

MUSEI CIVICI VENEZIA: LA MOBILITAZIONE CONTINUA
Risultati immagini per musei civici veneziani scioperoDopo gli scioperi del 29 e 30 luglio, terzo giorno di sciopero dei lavoratori e delle lavoratrici dei servizi in appalto dei musei civici veneziani. I lavoratori e le lavoratrici difendono i posti di lavoro, i diritti sindacali e contrattuali in vista del prossimo cambio d’appalto previsto per la primavera del 2017.  Lo sciopero, come nei giorni precedenti, ha avuto un evidente successo, con una presenza combattiva in piazza, malgrado il clima intimidatorio che si vive nei posti di lavoro.
Le lavoratrici e i lavoratori hanno manifestato in corteo con le loro bandiere, gli slogan e i volantini da Rialto a Piazzale Roma spiegando le ragioni dello sciopero. I manifestanti chiedono che la Fondazione Musei Civici e il Comune di Venezia si impegnino per iscritto che per il prossimo appalto le condizioni dei lavoratori non dovranno cambiare. «Non si tratta soltanto di aggiungere la clausola sociale», hanno detto Donatella Ascoli ed Enrico Pellegrini, dirigenti e delegati della tendenza classista in CGIL, Opposizione CGIL, «ma di individuare una formula affinché non riducano le ore di lavoro, non ci facciano un contratto con il Job Acts e non lascino che chi vince il prossimo appalto possa decidere chi assumere e chi no».
La controparte dei lavoratori se sul terreno nazionale è il padronato e il governo, sul terreno locale sono la Giunta Brugnaro, Fondazione Musei Civici, le Cooperative, le Aziende in appalto: quanto si è verificato alla Biennale, che quest’anno ha bandito un concorso per individuare nuove figure professionali, non rinnovando i precedenti guardasala, è un grave precedente che va sconfitto con la lotta e la mobilitazione.
La burocrazia sindacale dirigente della CGIL ha subito la mobilitazione, mentre CISL e UIL, tradendo gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici, si sono dissociate apertamente dalla mobilitazione con una vergognosa nota: «Critichiamo le modalità di condotta e le scelte unilaterali di alcuni delegati che (...) contrastano con le linee delle segreterie unitarie di Cgil, Cisl e Uil che, a prescindere dalla rappresentatività, condividono sempre ogni decisione».

Intanto le lavoratrici e i lavoratori, coscienti della durezza dello scontro, hanno aperto una cassa di resistenza per poter proseguire la mobilitazione e la lotta.
Il PCL sostiene la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici e auspica il più largo fronte unitario di classe a difesa dell’occupazione, dei diritti sindacali e contrattuali, di migliori condizioni di lavoro, contro il governo, locale e nazionale, e il padronato, comprese le aziende cooperative.

lunedì 15 agosto 2016

IL PCL DALLA PARTE DEI PARTIGIANI COMUNISTI DI SCHIO (VI)
La stampa borghese (il Giornale, il Gazzettino, il Corriere della Sera, il Fatto Quotidiano) e le principali forze della borghesia (PD, Lega Nord, FdI, FI) e il Sindaco leghista di Schio (VI) hanno scatenato una campagna reazionaria contro l’onorificenza, la ‘Medaglia della Liberazione’, conferita al compagno Valentino Bortoloso, “Teppa” il suo nome di battaglia da partigiano comunista, di anni 93, per il suo ruolo nella Resistenza antifascista.
Il motivo dello scandalo è la partecipazione del compagno Teppa ai fatti di Schio (VI) del 6 e 7 luglio 1945, quando i partigiani comunisti temendo che i dirigenti fascisti, protetti dallo Stato borghese e dall’Esercito statunitense, avrebbero continuato a spadroneggiare anche dopo la liberazione decisero di intervenire applicando la giustizia partigiana e proletaria.
Quei partigiani comunisti furono accusati dal PCI stalinista di essere trotskisti, forse associando la loro azione al fatto che Schio (VI) era il paese di nascita di Pietro Tresso (Blasco). Mentre le forze di repressione borghesi, ormai ricostituite, dopo averli arrestati li sottoponevano prima a torture e poi al processo e ad anni di carcere.
Oggi come all'ora, le forze borghesi (liberali, leghisti e fascisti) temendo la rivoluzione proletaria continuano ad evocare come uno spettro quei fatti del luglio 1945.
I giovani, i lavoratori e i militanti antifascisti di Schio non dimenticano e alla manifestazione del 12 luglio 2016 hanno detto a chiare lettere: 

GIU’ LE MANI DAL TEPPA E DALLA RESISTENZA!

Mentre a Malga Zonta, al passo Coe al confine tra Veneto e Trentino, il 15 agosto 2016 in occasione della commemorazione dei partigiani e malgari trucidati dai fascisti e dai nazisti il 12 agosto 1944, i giovani, i lavoratori e i militanti comunisti e antifascisti di Schio (VI) hanno contestato il Sindaco leghista, Valter Orsi, della cittadina dell'alto vicentino. 


domenica 12 giugno 2016

BALLOTTAGGI
contro le tre destre, dalla parte dei lavoratori
lav pcl(foto della manifestazione  metalmeccanici a Vicenza)
11 Giugno 2016
I ballottaggi del 19 giugno vedono contrapposte, in forme diverse, le tre destre che oggi si contendono la rappresentanza della borghesia italiana, e dei poteri forti sul territorio, contro la classe lavoratrice: Il PD di Renzi, il centrodestra a trazione salviniana o berlusconiana, il Movimento 5 Stelle. 

Il primo è impegnato non solo in una politica di aggressione frontale al lavoro, ma in un progetto istituzionale reazionario di tipo bonapartista senza precedenti nella storia repubblicana. 
Il secondo rappresenta la continuità del vecchio blocco politico reazionario degli ultimi vent'anni, con una selvaggia disputa interna sulla sua leadership (lepenista o berlusconiana).
Il terzo coltiva un disegno di repubblica plebiscitaria via web, al servizio di un progetto sociale nemico del lavoro. 
Tre forme di populismo reazionario, la prima di governo, le altre di opposizione (cui si aggiunge il fenomeno particolare e diverso del "peronismo" progressista e trasformista di De Magistris a Napoli).

La sinistra riformista italiana, prima col suo tradimento sociale nei governi nazionali e nelle giunte locali di centrosinistra, poi col suo abbandono della classe lavoratrice proprio nella stagione della grande crisi del capitalismo, ha dato un contributo determinante allo sviluppo del populismo tra le fila dei lavoratori. E persino oggi, dopo il disastro prodotto, perpetua in forme diverse una politica subalterna: o perché rifiuta una rottura chiara col PD nelle amministrazioni locali nonostante Renzi. O perché avalla l'equivoco 5 Stelle e un loro presunto progressismo. O perché si subordina al "peronismo" di De Magistris a Napoli. Con ulteriori effetti di confusione e disorientamento nella classe lavoratrice. 
Il PCL è da sempre contrapposto alle tre destre nemiche del lavoro, ed è autonomo da ogni forma di populismo, a partire da una politica di indipendenza del movimento operaio, dentro il progetto di costruzione di una sinistra di classe e rivoluzionaria. 
Solo il rilancio di una vera mobilitazione di classe e di massa contro la borghesia italiana può aprire dal basso una prospettiva di vera alternativa. E il rilancio della mobilitazione di massa, attorno alle ragioni indipendenti del lavoro, richiede la contrapposizione al populismo e l'autonomia dal populismo, in ogni sua forma. 
Da qui la nostra contrapposizione alle tre destre nei ballottaggi del 19 giugno (e il rifiuto di un sostegno elettorale a De Magistris a Napoli), in naturale continuità con le stesse ragioni di classe della nostra campagna elettorale al primo turno.

Partito Comunista dei Lavoratori

giovedì 26 maggio 2016


SCIOPERO DEL PUBBLICO IMPIEGO
Il volantino del PCL distribuito alla manifestazione regionale del 26 Maggio 2016 a Venezia
VIA IL GOVERNO RENZI, FACCIAMO COME IN FRANCIA


Sono trascorsi sei anni dall’ultimo rinnovo del CCNL nella Pubblica Amministrazione, in questi sei anni i diversi governi padronali (PD, FI, LN, Fd’I, il M5s non ha mai governato, ma sicuramente non si sarebbe distinto) che si sono succeduti, hanno regolarmente bloccato il rinnovo del Contratto con conseguente perdita di potere d’acquisto dei lavoratori. L’ultimo blocco lo ha realizzato il governo Renzi nonostante la sentenza della Corte Costituzionale che imponeva il rinnovo.
Questi sei anni non hanno visto soltanto il blocco del Contratto Collettivo Nazionale nel Pubblico impiego, ma anche il dispiegarsi della politica liberista dei governi con il blocco delle assunzioni, i tagli e le privatizzazioni in tutti gli ambiti del welfare pubblico: la sanità è stata investita da un processo di privatizzazioni crescente; la scuola ha subito tagli pesanti e una controriforma autoritaria; i trasporti hanno subito tagli nelle fasce popolari, aumenti indiscriminati dei biglietti e privatizzazioni; i Comuni hanno tagliato i salari accessori dei lavoratori e operato tagli nel sociale (asili nido, ecc) ed esternalizzazioni; la previdenza pubblica e le pensioni di anzianità sono ormai un lontano ricordo, mentre l’età pensionabile di vecchiaia continua la sua inarrestabile ascesa fino a …75 anni. Nel contempo le pressioni per l’aumento dei ritmi e della produttività sui lavoratori, sempre più anziani, si moltiplicano mentre aumentano le minacce di sanzioni disciplinari.
ll Governo Renzi dopo aver salvato le quattro banche amiche scaricando il costo su ignari correntisti, approfitta della drammaticità del quadro pensionistico per regalare ancora soldi dei lavoratori alle banche (prestito) con la scusa di anticipare di qualche anno la pensione. Prima ti tolgono un diritto, poi te lo fanno pure pagare! Non solo, ma questo Governo bonapartista e reazionario vorrebbe imporre non solo una nuova riforma della P.A. ma anche una riforma costituzionale autoritaria che riduce la stessa democrazia borghese e concentra i poteri sul Premier.
La guerra sociale non è soltanto rivolta ai lavoratori pubblici, nel settore privato l’attacco ai lavoratori porta il nome di Jobs act, precarietà, licenziamenti, taglio dei salari e dei diritti.
Per questo è necessaria una piattaforma discussa e votata dai lavoratori e dai loro delegati, un vero sciopero generale che unifichi in una vertenza concentrata e prolungata contro il governo e il padronato tutto il mondo del lavoro salariato, pubblico e privato, dei precari, dei disoccupati e degli immigrati. Uno sciopero vero che blocchi il paese e apra una nuova prospettiva, una nuova speranza ai lavoratori e ai giovani, un’alternativa anticapitalista e rivoluzionaria, cioè socialista!
Unifichiamo la classe lavoratrice. Facciamo come in Francia!
Partito Comunista dei Lavoratori   
coordinamento Regionale Veneto 

lunedì 9 maggio 2016


TROTSKISTI IN CINA







Gregor Benton (a cura di), Prophets Unarmed. Chinese Trotskyists in Revolution, War, Jail, and the Return from Limbo,Brill, Leiden-Boston 2015, pp. XVIII-1269, € 199,00
                                                                                                                                          
I trotskisti cinesi sono stati una delle minoranze politiche più perseguitate in quel paese, sia sotto il dominio del Guomindang di Jiang Jieshi [Chiang Kai-shek], che li considerava come dei pericolosi rivoluzionari, sia sotto il regime stalinista di Mao Zedong [Mao Tse-tung], che li definiva «controrivoluzionari». Nei primi anni Trenta, centinaia di trotskisti cinesi furono imprigionati o spediti nei campi di lavoro forzato da Jiang Jieshi in Cina e da Iosif Stalin nell’Unione Sovietica. Un numero imprecisato di loro vi trovò la morte. Altri vennero perseguitati e assassinati nelle «basi rurali» del Partito comunista cinese (PCC) negli anni Trenta e Quaranta, insieme migliaia di comunisti «ortodossi» falsamente accusati di essere trotskisti. La polizia coloniale contribuì a questa caccia all’uomo: nel 1932 l’arresto di Chen Duxiu [Chen Tu-hsiu] e di Peng Shuzi [Peng Shu-tse], ad esempio, fu orchestrato dai servizi segreti francesi e britannici in collaborazione con le autorità del Guomindang. La persecuzione continuò anche nei confronti di coloro che erano riusciti ad abbandonare il paese: nel 1950 la polizia politica segreta di Hồ Chí Minh assassinò, in Vietnam, il trotskista cinese Liu Jialiang [Liu Chia-liang]; le autorità coloniali di Hong Kong deportarono Wang Fanxi [Wang Fan-hsi] a Macao; e in Francia gli agenti stalinisti cercarono di assassinare Peng Shuzi.
La fase finale di questa ondata di persecuzioni incominciò in Cina poco più di tre anni dopo la presa del potere da parte di Mao, allorché, nel dicembre 1952, circa un migliaio di militanti e simpatizzanti trotskisti (nella cifra sono compresi anche molti dei loro familiari, ugualmente colpiti dalla repressione mao-stalinista) furono arrestati con una retata di ampiezza nazionale e spediti in prigione o nei campi «di rieducazione». Soltanto nel giugno 1979 il veterano trotskista settantanovenne Zheng Chaolin [Cheng Chao-lin] e una dozzina di altri vecchi oppositori riacquistarono una libertà relativa a Shanghai. I trotskisti cinesi furono uno dei pochi gruppi a non essere riabilitati nel 1978; e a tutt’oggi l’anatema staliniano è rimasto in vigore, anche se nell’edizione 1991 delleOpere scelte di Mao i trotskisti non vengono più apostrofati con gli epiteti di «gruppo di banditi controrivoluzionari» e «agenti del Giappone». Ma se la storiografia cinese si è in una certa misura «emancipata» dopo la morte del «grande timoniere» (avvenuta nel settembre 1976), e nonostante la parziale riabilitazione di Chen Duxiu – fondatore del PCC nel 1921 e principale esponente del trotskismo in Cina, alla cui figura e ai cui scritti viene giustamente dedicata una parte considerevole di Prophets Unarmed –, la burocrazia di Pechino non ha permesso che la prima storia del trotskismo cinese scritta in quella lingua venisse data alle stampe sul territorio cinese.
Ed è proprio la traduzione inglese integrale di tale studio (Wu Jimin, Lyanyu. Zhongguo Tuopai de kunan yu fendou [Purgatorio. Il cimento e le lotte dei trotskisti cinesi], Bafang wenhua chuangzuo shim, Singapore 2008) ad aprire questo grosso volume antologico curato da Gregor Benton, professore emerito di storia della Cina all’Università di Cardiff e principale specialista mondiale di storia del trotskismo in quel paese. Prophets Unarmed è un’opera di riferimento fondamentale per lo studio del movimento di opposizione manifestatosi all’interno del PCC fin dai primi anni di vita di quel partito, e soprattutto all’indomani della sconfitta della seconda rivoluzione cinese del 1925-27. Attraverso ampi estratti delle memorie di alcuni protagonisti – l’autobiografia incompiuta di Chen Duxiu, An Oppositionist for Life di Zheng Chaolin e Memoirs of a Chinese Revolutionary di Wang Fanxi –, il volume ripercorre quelle tappe iniziali ricostruendo i dibattiti politici che ebbero luogo in seno al PCC (soprattutto rispetto all’ingresso del partito nel Guomindang nazionalista-borghese patrocinato dal Cremlino) non soltanto in Cina ma anche tra i comunisti cinesi presenti nell’Unione Sovietica (si veda in proposito il contributo di Alexander V. Pantsov e Daria A. Spichak, «Chinese Students and the International Lenin School in Moscow, 1926-38», pp. 366-388).
L’unificazione dei quattro gruppi trotskisti cinesi, agli inizi di maggio del 1931, sembrò aprire nuove prospettive. Ma tre settimane dopo quasi tutti i dirigenti e molti militanti furono arrestati e condannati a pene detentive da 6 a 15 anni, e una nuova ondata di arresti si abbatté sull’organizzazione nell’autunno del 1932. In quegli anni, le divergenze politiche tra i vari esponenti del trotskismo cinese – su questioni cruciali come la natura della rivoluzione in Cina, l’azione comune con la borghesia liberale o l’appello alla creazione di un’Assemblea Costituente – continuarono a pesare gravemente sul suo sviluppo politico e organizzativo. Le testimonianze dei protagonisti raccolte in questo volume ne danno ampiamente conto, anche se questa impostazione prevalentemente «memorialistica» – nel senso di una storia ricostruita attraverso la lente, talvolta deformante, dei ricordi e dei carteggi personali – avrebbe forse potuto essere integrata da una più ampia selezione di documenti originali, tratti dai giornali e dai bollettini interni dell’epoca.
Lo scoppio della guerra sino-giapponese (luglio 1937) non fece che aggravare ulteriormente la situazione, sollevando ex novo o riportando alla ribalta importanti problemi di tattica politica (e politico-militare) che, nel contesto del conflitto armato, provocarono nuovi attriti tra i trotskisti cinesi. Le divergenze si aggravarono quando, con l’inglobamento della guerra sino-giapponese nella «guerra del Pacifico» dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor (dicembre 1941), la discussione politica in seno alla sezione cinse della Quarta Internazionale portò alla rottura tra una tendenza «di sinistra» diretta da Wang Fanxi – secondo la quale, con l’ingresso in guerra degli Stati Uniti d’America, la guerra della Cina contro il Giappone invasore assumeva un carattere imperialista e, di conseguenza, occorreva adottare in Cina una posizione disfattista rivoluzionaria – e le vedute di Peng Shuzi, che denunciò quell’impostazione «ultrasinistra» e sostenne invece la necessità di mantenere la posizione tradizionale del movimento di appoggio militare alla guerra antimperialista della Cina e di difesa incondizionata dell’Unione Sovietica (mentre la tendenza estremista arrivò a ritenere che l’URSS staliniana fosse un «capitalismo di Stato»). A questi dibattiti viene consacrato uno spazio considerevole.
Il libro curato da Benton si sofferma poi sull’analisi sviluppata dai trotskisti rispetto alla politica del PCC negli anni Quaranta, con particolare riferimento agli sviluppi della lotta di guerriglia che nel 1949 condusse alla vittoria di Mao e, successivamente, all’instaurazione di un regime stalinista in Cina; e si conclude con una serie di contributi sull’impatto del trotskismo sulla letteratura cinese, con una documentazione relativa alla liberazione di alcuni detenuti trotskisti dopo una prigionia quasi trentennale nelle prigioni e nei GULag maoisti, e con i necrologi di alcuni dei protagonisti della storia del trotskismo cinese: i già citati Chen Duxiu (1879-1942), Wang Fanxi (1907-2002), Zheng Chaolin (1901-1998) e Peng Shuzi (1895-1983), ma anche la compagna di quest’ultimo Chen Bilan (1902-1987), Lou Guohua (1906-1995), Wu Jingru (1907-1979) e il britannico Frank Glass detto Li Furen (1901-1988), che negli anni Trenta giocò un importante ruolo dirigente nell’ambito del movimento trotskista in Cina.

domenica 1 maggio 2016

PRIMO MAGGIO 2016: RIVOLUZIONE, CLASSE, PARTITO
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Il capitalismo è sfruttamento. Da sempre e ovunque. La Grande Crisi ha portato alla luce ancora una volta l'irrazionalità di questo sistema. Montagne di miliardi a sostegno delle banche, per “salvare la (loro) economia”. Tagli, restrizioni, sacrifici sempre più insopportabili per finanziare questo soccorso pubblico al capitalismo in crisi. Si comprimono salari, si allunga l'orario di lavoro, si tagliano i diritti sindacali individuali e collettivi, per competere sui mercati, in una corsa infinita che “arruola” i salariati di ogni paese in una guerra permanente contro altri salariati. Mentre le stesse borghesie che predicano rigore e sacrifici ai “propri” operai nel nome del superiore “interesse nazionale”, imboscano il frutto della propria rapina nei paradisi fiscali (Panama papers). 
Parallelamente la crisi alimenta nuovi venti di guerra. USA e Cina si contendono sempre più i mercati del mondo. Riprende la corsa agli armamenti, a partire dal Pacifico. Mentre la contesa per le grandi rotte del petrolio, tra potenze mondiali o regionali, concorre a trasformare il Medio Oriente in una carneficina senza fine. Che somma guerra imperialista e terrorismo reazionario fondamentalista (alimentato dall'imperialismo stesso). Che sospinge la fuga di enormi masse umane, prima colpite dalla guerra, poi respinte dal filo spinato della civile e democratica Europa. Un Europa partecipe di quella guerra, in complicità col boia Erdogan, mentre Italia e Francia si contendono Libia e Nord Africa, come un secolo fa.
Altro che “progresso”, come avevano promesso dopo il crollo del muro di Berlino! Ovunque regressione e barbarie. 
IL FALLIMENTO DEL RIFORMISMO 
Qui si misura tutta la miseria del riformismo. Il sogno di un capitalismo onesto e dal volto umano, di una Europa sociale, democratica e di pace, si è rivelato un’utopia, una truffa.
L'epoca breve delle “riforme sociali” fu consentita dal boom del dopoguerra (grazie ai suoi 50 milioni di morti) e all'esistenza dell'URSS, quale contrappeso al capitalismo. Prima la fine del boom, poi il crollo dell'URSS (per responsabilità dello stalinismo), infine la Grande Crisi, hanno chiuso quella parentesi. Oggi chiunque governi un capitalismo in crisi, dispensa sacrifici e miseria. Sono state proprie le socialdemocrazie, negli ultimi 30 anni, ad aprire la strada alle controriforme sociali: da Blair a Schroeder, da Prodi a Hollande... Altro che “il meno peggio”! Ed anche la nuova Sinistra Europea finisce sempre col gestire, una volta al governo, le stesse politiche antioperaie. Tsipras gestisce la stessa politica della Troika che aveva “denunciato” dall'opposizione. La Rifondazione di Bertinotti e Ferrero votò al governo (Prodi) guerra e sacrifici, contro cui era nata, sino al suicidio. La capitolazione riformista in epoca di crisi spiana la strada al populismo reazionario, che monta in larga parte d'Europa, nel segno della guerra ai migranti e della rottura dei vecchi “patti costituzionali”. È forse un caso se in Italia il suicidio della sinistra (e sindacale) ha accompagnato l'avanzata del renzismo, del salvinismo, del grillismo, in una autentica gara per meglio colpire i diritti di lavoratori e sfruttati ? 
LA VERA ALTERNATIVA È TRA SOCIALISMO E REAZIONE 
La vera alternativa non è tra destra e sinistra, ma tra classe operaia e borghesia. Tra rivoluzione e reazione. Questo è il grande bivio del nostro tempo. Solo il rovesciamento del capitalismo può liberare un orizzonte di progresso. Attraverso un'organizzazione socialista della società che metta nelle mani di chi lavora le leve fondamentali dell'economia, a partire dalla grande industria e dalle banche. Riducendo l'orario di lavoro per dare a tutti un lavoro. Riconvertendo le produzioni nocive, a difesa della salute e dell'ambiente. Ricostruendo e allargando le protezioni sociali. Finalizzando l'intera economia ai bisogni di tutti, non al profitto di pochi. Solo un governo dei lavoratori, basato sulla loro organizzazione e la loro forza, può realizzare queste misure. L'alternativa a questa prospettiva rivoluzionaria internazionale è l'imbarbarimento del mondo. Non una minaccia, ma un processo già in atto. 
LA CLASSE OPERAIA È UNA POTENZA MONDIALE 
La classe ha subito in larga parte del pianeta un arretramento pesante in questi decenni. Il sistematico tradimento dei propri partiti (e burocrazie sindacali) ha frantumato le sue lotte di resistenza, ha favorito disgregazione e sconfitte, ha trascinato un arretramento diffuso della coscienza di ampi settori di massa. A beneficio del padronato e del populismo reazionario. Eppure resta l'unica forza che può costruire un ordine nuovo, ponendosi alla testa di tutte le domande di liberazione. I salariati nel mondo superano ormai i 2 miliardi. Le resistenze sociali continuano a percorrere il mondo. A partire dalle lotte dell'enorme proletariato cinese, che ha strappato in 10 anni la triplicazione del salario. O da quelle per il salario minimo negli USA. Nella stessa Europa la grande mobilitazione francese contro il Job Act d’oltralpe, nel segno dell'unità tra salariati e giovani, ha spezzato la morsa dello stato d'assedio e delle leggi eccezionali (votate vergognosamente dal Fronte de Gauche), riproponendo al centro dello scontro sfruttati e sfruttatori. La ribellione è possibile ed è l'unica via.
COSTRUIRE IL PARTITO, IN OGNI PAESE E INTERNAZIONALMENTE 
Tutta l'esperienza di classe, passata e recente, ci dice una cosa: non basta il movimento di lotta, è essenziale la coscienza politica. La direzione del movimento. Le lotte più grandi possono persino rovesciare un regime oppressivo, come è accaduto in Tunisia o in Egitto. Ma se non si sviluppa la coscienza politica, congiungendosi a un progetto rivoluzionario, anche la lotta più grande è condannata prima o poi alla sconfitta. Costruire controcorrente tra gli sfruttati una coscienza di classe anticapitalista e rivoluzionaria, è il compito insostituibile di un partito comunista, in ogni paese e nel mondo intero. Organizzare i lavoratori più coscienti attorno a un programma di rivoluzione; unire nella stessa organizzazione tutti coloro che condividono questo programma; radicare questa organizzazione tra i lavoratori e in ogni movimento di lotta; ricondurre ogni esperienza di lotta, nella propaganda e agitazione di ogni giorno, alla prospettiva della rivoluzione sociale e del potere dei lavoratori: questo è il lavoro di costruzione del Partito Comunista, in ogni paese e su scala mondiale. Questo è l'impegno del Partito Comunista dei Lavoratori.

Partito Comunista dei Lavoratori

Risultati immagini per PCL 25 APRILE 2016 ODERZO25 APRILE 2016: UNA RIVOLUZIONE PER VENDICARE LA RESISTENZA TRADITA

Nel 1943/'45, la resistenza partigiana e la rivolta operaia presentarono il conto alla dittatura fascista. In quella rivolta, di cui fu prima protagonista la giovane generazione di allora, non viveva però solamente un'aspirazione democratica. Viveva la volontà di farla finita con la borghesia italiana che si era servita del fascismo. Viveva la volontà di rovesciare il capitalismo e di imporre il potere dei lavoratori. Era la speranza della “rossa primavera” delle canzoni partigiane. 
UNA RESISTENZA TRADITA DA STALIN E TOGLIATTI 
Quella volontà fu tradita. Stalin aveva pattuito con gli imperialismi vincitori una spartizione in zone d'influenza. L'Italia doveva restare nel campo capitalista, in Occidente, per il quieto vivere della burocrazia del Cremlino. Il PCI di Togliatti fu fedele esecutore della volontà di Mosca. La Resistenza partigiana fu dunque subordinata alla collaborazione con la DC e coi partiti borghesi dando a questi poteri di veto (CLN). I governi di unità nazionale tra DC e PCI nell'immediato dopoguerra furono lo sbocco di questa linea e la proseguirono: disarmarono i partigiani, restituirono le fabbriche ai capitalisti (Valletta), reinsediarono i vecchi prefetti, amnistiarono persino gli sgherri fascisti (amnistia del ministro di grazia e giustizia Palmiro Togliatti del 1947). Fu il tradimento della Resistenza. La Costituzione del 1948, pattuita tra DC e PCI, declamando principi progressisti, serviva a mascherare questo tradimento. Come disse Piero Calamandrei: una rivoluzione promessa in cambio di una rivoluzione mancata. Intanto le classi capitaliste, restaurato il proprio potere, cacciarono il PCI all'opposizione (perché non ne avevano più bisogno) e passarono all'offensiva contro i lavoratori, le lavoratrici, i comunisti: reparti confino nelle fabbriche, repressione sanguinosa di manifestazioni sindacali, la lunga reazione degli anni '50. 
L'AUTUNNO CALDO SVENDUTO AL COMPROMESSO STORICO 
Quando vent'anni dopo la Resistenza una nuova generazione operaia rialzò la testa, con la grande ascesa dell'autunno caldo e le sue conquiste sociali e democratiche ('69/'76), fu nuovamente il PCI a sbarrarle la via con una seconda edizione del compromesso storico governativo con la DC ('76/'78): svolta sindacale di austerità e sacrifici (congresso dell'Eur della CGIL di Lama), subordinazione delle richieste operaie alle compatibilità del capitalismo, identificazione con lo Stato borghese. Il risultato fu una demoralizzazione di massa, un lungo ripiegamento, una diffusa passivizzazione. Cui seguì l'offensiva frontale della Fiat e del padronato contro il movimento operaio sul piano sociale (ottobre 1980) e l'ascesa del craxismo sul piano politico. La seconda Repubblica nata dal crollo del Muro di Berlino e dalle ceneri di Tangentopoli sarà lo sbocco di questa deriva reazionaria. Nel segno della progressiva cancellazione delle conquiste operaie. 
IL TRASFORMISMO A SINISTRA NELLA SECONDA REPUBBLICA 
Molta acqua è passata sotto i ponti dalla Resistenza ad oggi, anche e soprattutto a sinistra. Ma in continuità, purtroppo, con l'opportunismo di allora. 
Il gruppo dirigente del PCI, che aveva tradito prima la Resistenza e poi l'autunno caldo, sciolse il proprio partito a ridosso del crollo dell'URSS per coronare in forma compiuta il proprio sogno proibito: entrare a pieno titolo nel governo del capitalismo italiano e gestirne le misure antioperaie. Fu ciò che avvenne, lungo una interminabile stagione trasformista - dal PCI al PDS ai DS sino al PD - che oggi ha conosciuto il suo epilogo: quel renzismo che apertamente persegue un disegno reazionario bonapartista di uomo solo al comando al servizio di Marchionne, nel segno della rottura più clamorosa dello stesso patto costituzionale. 
Parallelamente, Rifondazione Comunista, nata nei primi anni '90 in reazione allo scioglimento del PCI come “il cuore dell'opposizione”, è stata condotta dai propri gruppi dirigenti nel compromesso di governo con DS/PD, sia nelle giunte locali, sia, ripetutamente, nei governi nazionali (governi Prodi), finendo col votare la precarizzazione del lavoro, le missioni di guerra, i tagli sociali. Tutto ciò contro cui formalmente era nata. Col conseguente suicidio. 
La risultante di tutto questo è molto semplice: la classe lavoratrice si trova priva di una propria rappresentanza politica proprio nel momento della più grande crisi capitalistica degli ultimi ottanta anni. Proprio nel momento della peggiore offensiva padronale nei luoghi di lavoro, e della peggiore aggressione reazionaria sul piano politico e istituzionale. Il dilagare, anche tra i lavoratori, delle forme più deteriori di populismo reazionario (Salvini, Grillo) è un effetto di questa deriva generale. 
L'UNICO MODO DI ONORARE LA RESISTENZA: COSTRUIRE LA SINISTRA CHE NON TRADISCE 
Se tutto questo è vero, la conclusione è una sola. Va ricostruito, controcorrente, un partito indipendente della classe lavoratrice. Ma può essere costruito solo attorno a un programma anticapitalista, fuori e contro quel trasformismo governista che ha corrotto la lunga storia della sinistra italiana. I lavoratori non hanno bisogno dell'ennesimo partito che chiede i voti operai per poi tradirli. Non hanno bisogno dell'ennesimo partito “riformista”, la cui unica ambizione sia governare il capitalismo, salvo poi una volta al governo gestire regolarmente le controriforme sociali che la crisi capitalista dispensa (Tsipras). Hanno bisogno finalmente di una sinistra che non tradisca: che riconduca ogni lotta di resistenza ad una prospettiva alternativa di società e di potere. L'unica reale alternativa al fallimento del capitalismo: una alternativa rivoluzionaria e socialista, in Italia e nel mondo. 
Per questo, costruire il Partito Comunista dei Lavoratori è il modo migliore di onorare la memoria delle domande rivoluzionarie della Resistenza.
Partito Comunista dei Lavoratori